a cura di Simone Iuliano e di Jessica Mauta
Un santo che ha risposto alla chiamata alla santità
Nella vita nulla si improvvisa, e anche Francesco, figlio di Pietro di Bernardone, ricco commerciante in stoffe di Assisi, riflette una personalità modellatasi ai sapori del suo tempo. L’imperatore Barbarossa stava seminando il panico nelle città italiane manifestando uno speciale accanimento contro la contea di Assisi e lasciando un suo rappresentate, Corrado di Svevia, nella speranza di tenere sottomesso il popolo ribelle. Francesco passa la sua infanzia in questo periodo, durante il quale Corrado continua a vigilare su Assisi dall’imponente rocca, fatta costruire nella parte alta della città. In quest’epoca piena di contrasti, in cui le alleanze si fanno e si disfano con grande facilità, dove i ricchi e i poveri si distanziano sempre di più, dove c’è un insieme di pietà verso il crocifisso e di crudeltà verso i fratelli viene eletto papa Innocenzo IlI, una personalità di grande iniziativa e di cuore magnanimo.
In tale vento di novità le città italiane, specialmente quelle
della valle umbra, cominciano a domandare indipendenza, reclamare giustizia,
ricorrendo spesso alla vendetta. Gli abitanti di Assisi
smantellano pietra dopo pietra la rocca simbolo dell’oppressione e con le stesse
pietre costruiscono una solida muraglia per difendere la loro nascente piccola
repubblica indipendente. È la primavera del 1198 e Francesco ha sedici anni. I
nobili si rifugiano nella vicina Perugia e, tra i fuggitivi, c’è anche una
dodicenne di nome Chiara. Le due eterne rivali, Perugia e
Assisi, si scontrano a Ponte San Giovanni nell’estate del 1203 e a questa
battaglia partecipa Francesco, giovane ventenne ambizioso, che entra nella
storia per combattere a favore del popolo libero di Assisi.
I concittadini di Francesco vengono sconfitti e i più ricchi, fatti prigionieri, trascinati in una prigione di Perugia. È qui che troviamo Francesco, prigioniero di guerra a vent’anni. Per undici mesi il nostro giovane avventuriero rimane rinchiuso e qui inizia a morire il figlio di Pietro di Bernardone e comincia a nascere Francesco di Assisi. Nel silenzio, nelle difficoltà di quei mesi, Francesco inizia a percepire che tutta la vita dell’uomo è effimera, appoggiata a ideali terreni, transitori, tranne la realtà di Dio. Questo nome entra nella vita del nostro giovane prigioniero come la liberazione dall’angoscia, come una luce, seppur ancora molto debole, che si intravede con continuità anche attraverso le spesse pareti della prigione. Ogni adesione a Dio è molto personale, spesso frutto li ricerca di stabilità, di un senso, di orizzonti definiti perché veri. Dio entra nel cuore di Francesco nel momento della sconfitta, e questo si verifica perché Dio, infatti, non potrebbe mai entrare in un giovane pieno di sé e desideroso solo di gloria. È nella sconfitta, in una apparente sconfitta che Dio entra. Mano a mano che le polveri dell’illusione si iniziano a diradare Francesco scopre dentro un altro Re da seguire. Si tratta ancora di un’idea molto velata, embrionale, giovanile. Così Francesco vive gli ultimi mesi di prigionia in modo diverso dagli altri suoi compagni. "Sei pazzo, Francesco" gli dicevano. "Com’è possibile essere così raggiante tra queste catene arrugginite?". "Volete sapere perché? Guardate! Qui dentro porto nascosto un presentimento che mi dice che arriverà il giorno in cui tutto il mondo mi venererà come santo".
Nell'agosto 1204. In seguito ad un trattato di pace, Francesco è libero di tornare ad Assisi e riprende la sua vita normale, dimentica le meditazioni del suo periodo di prigionia, quella voce che chiama. È il periodo delle feste interminabili, delle compagnie scanzonate, del divertimento a tutti i costi, delle serenate sotto le finestre delle belle ragazze: il figlio di Pietro di Bernardone, ricco commerciante in stoffe di Assisi, diventa il re della gioventù della piccola città. Ma ecco che, ancora una volta, la vita di Francesco subisce un colpo mortale alla sua sete di gloria: una grave malattia si abbatte sulla sua giovinezza e per lunghi mesi lo lascia tra la vita e la morte. In questo periodo inizia ad entrare più a fondo nella sua vita, lasciando profondi segni, donna Pica, sua madre: una figura dolce e forte insieme che appare e scompare, sostenendo Francesco senza essere invadente, nel silenzio e con semplicità. È la grande forza di una madre che sente intimamente il figlio e comprende che Francesco è destinato a diventare figlio dell’umanità. Questa madre sa che, ogni tanto, dovrà essere capace di tanta tenerezza e di forti decisioni senza domande, con umiltà. Dio, prima di dare a Francesco una speciale vocazione, gli dona questa madre. Per la seconda volta nella sua vita, Francesco si trova di fronte ad una situazione completamente nuova. La prigione in un certo senso è parte della sete di gloria, ma la sofferenza, la malattia... come può un giovane così forte e pieno di sé accettare questa condizione? La sete di gloria diventa fame di semplicità, l’approccio con la vita cambia completamente prospettiva, il dolore che umilia e rende impotenti apre un varco nella mente di Francesco. È in questo varco, in questo improvviso pertugio, che ritorna la luce della croce intravista nella prigione di Perugia.
In questa esperienza completamente nuova Francesco non trova una risposta chiara, ma per la prima volta sperimenta il senso della croce, aprendo quel lato nascosto della vita di ciascuno, dove in modo a volte paradossale, la sofferenza diviene il carburante dell'interiorità e della profondità. La grazia inizia a far maturare dentro di lui una particolare attenzione verso il dolore di tutti e gli permette di assaporare quella curiosa dolcezza di Dio che si manifesta quando la vita sembra un forziere pieno solo di illusioni vane, di sogni falliti, di mancanza di libertà. È il grande cammino della conversione, che parte sentendo l’odore della freschezza di Dio e prosegue, se si inizia anche una semplice sequela, respirando a pieni polmoni la gioia di un sorriso che improvvisamente si esprime nel volto della sofferenza. Francesco inizia in questo modo il percorso di avvicinamento a Dio. È vero che dentro di lui gli stimoli mondani, la voglia di tornare insieme ai suoi amici sono sempre presenti e stanno per riprendere il sopravvento, ma la sua capacità di ascoltare è completamente cambiata, la sua profondità pure; così come l’attenzione alle persone sofferenti. Le lunghe passeggiate fuori Assisi per riabilitarsi lo avvicinano tantissimo alla bellezza della natura della valle umbra, a quel gusto unico che solo il silenzio dei rumori e dei volti del creato può donare a ciascuno.
Ma, rimessosi in gran forma, il fuoco della cavalleria ritorna urlando dentro Francesco. Papa Innocenzo III mette a capo delle sue milizie il capitano Gualtiero di Brienne per combattere l’imperatore. Le molte battaglie vinte da questo condottiero e la gloria conseguente contagiano anche gli abitanti di Assisi che organizzano una spedizione militare a favore del Papa con i giovani della valle umbra. È un’occasione unica: Francesco parte senza perdere tempo. La piccola spedizione militare parte da Assisi. Quasi tutti i giovani ambiziosi della contea si mettono in gioco alla ricerca della gloria: direzione Foligno, per poi prendere la via Flaminia, e giungere in Puglia. È a Spoleto che, tra sfolgoranti armature, di nuovo, irrompe Dio nella vita di Francesco. Nel sonno percepisce una visione proveniente dal Signore che gli chiede dove sta andando e di ritornare a casa. In ogni storia personale c’è sempre una chiave che completa tutta una serie di sensazioni o almeno sembra completarle. Improvvisamente Francesco si sente parte di un corpo più grande, dentro quella libertà che educa al sorriso e alla pace: la libertà del cuore e del donarsi completamente. Avverte di essere davvero un uomo nuovo e cadono i legami passati, le amicizie ormai vuote, i sogni di gloria, il desiderio di nobiltà riconosciuta... Tre anni servono a Francesco per dare corpo alla gioia della visione di Spoleto: ogni conversione non avviene mai rapidamente! La sua trasformazione è lenta ma profonda, in una vita che sembra solo apparentemente tornata normale. Francesco torna a vivere ad Assisi, aiuta il padre nel commercio, si tuffa nelle feste dei giovani tornati dalla Puglia, ma la sua vita sta cambiando profondamente.
Quando hai avuto la fortuna dell’incontro personale con Dio, quando hai potuto assaporare quel nutrimento, quando trovi improvvisamente in tasca una luce misteriosa che non sai e non puoi nascondere... nulla, nulla può essere più la stessa cosa, perché Dio ti ha sedotto. Una seduzione profonda, un incontro passionale che si esprime attraverso la proposta della solitudine, l’arma cioè, per vincere la superficialità, l’innamoramento fatuo, l’incomprensione delle differenze di rango. Nella solitudine Francesco scopre il sapore delle cose, anche delle più umili e semplici. Il piccolo, il semplice, diventano per Francesco un’immensa oasi di pace. E proprio in questa pace, l’animo del nostro giovane amico viene modellato in modo inesorabile Da Dio. Una mattina, improvvisamente ma naturalmente, Francesco decide di chiudere con la vita mondana. Organizza una festa di addio, un saluto che forse lui stesso non comprende fino in fondo. Ma ecco che, durante questa festa, Dio si fa presente. È il momento dell’estasi: Francesco si allontana dalla festa e viene trovato come paralizzato dai suoi amici. Come una macchina impazzita la vita esce dalla norma per entrare nella normalità della solitudine interiore, di un cuore spaventosamente insaziabile perché assetato di Dio.
Francesco inizia a frequentare quotidianamente luoghi solitari per ascoltare
Dio, per pregarlo. È la dolcezza della semplicità, maturata nella solitudine,
che lo porta a sentire ricco tutto ciò che è povero, tutto quello che in genere
viene reso povero agli occhi del mondo. E per Francesco questa attenzione agli
ultimi diventa quasi morbosa. Se non ha denaro, regala il cappello, il mantello,
la cintura, i suoi stessi vestiti senza mai
lasciare il mendicante a mani vuote, donando a volte anche solo un bacio,
tornando spesso a casa seminudo pronto a preparare banchetti per i più
bisognosi, approfittando dell’assenza del padre, e con il tacito, compiaciuto,
consenso della madre. Quando si inizia a vedere Gesù in ogni manifestazione
della sofferenza, l’esperienza dell’incontro con Colui che nutre, diventa
clamorosamente continua. Se questa lettura della vita non è forzata, ma matura
incontrando il calore dello sguardo dell’altro e riconoscendo Gesù con
chiarezza, la vita stessa assume un senso ineguagliabile e in ogni atto di
misericordia si esprime una dolcezza che trasforma.
Può l’elemosina essere l’unica congiunzione con il povero? No, non basta. Forse dare la vita... ma questo è un passaggio ancora troppo grande per Francesco. L’esperienza esistenziale è la chiave giusta: farsi povero! L’esperienza esistenziale della povertà è un’altra cosa rispetto all’elemosina: Francesco ora ne è convinto, ma soprattutto ne è felice. È il primo passo verso la capacità di incarnarsi nella vita dell’altro per averne una vicinanza pressoché totale, sovrapponendosi con l’anima e i sentimenti in modo perfetto. I lebbrosari iniziano ad essere uno dei luoghi che Francesco visita con continuità, accudendo ogni uomo dolorante con dolcezza, chiamandolo con il proprio nome, vestendolo con abiti nuovi e puliti.
Una mattina, di buon’ora, Francesco scende per un sentiero vicino ad Assisi, un percorso nuovo che non aveva mai fatto. Dopo poche centinaia di metri è davanti ad una piccola chiesetta, un romitorio dedicato a San Damiano. Pareti con grandi crepe, lungo le quali l’edera rigogliosa ha da tempo messo radici. Un semplice altare di legno, un crocefisso bizantino. Inginocchiarsi davanti a quel crocefisso, all’interno di quella piccola chiesa buia, gli sembra naturale. L’abitudine alla solitudine gli permette di trovare subito sintonia e dialogo. In questo clima un po’ surreale Francesco incontra di nuovo una voce esplicita. Ma questa volta, in più, il volto di Colui che parla è di fronte. Qui ha inizio il suo pellegrinaggio grazie al legno di quel crocefisso. Prende forma qui, l’inebriante avventura del senso finale della sua vita, nell’ascolto e nella consapevolezza che le parole che sente siano semplicemente decisive. "Francesco, . non vedi che la mia casa sta crollando? Va’ dunque e riparala! ". Uscendo incontra l’anziano cappellano che custodisce il romitorio. Gli consegna tutto il denaro che ha con sé dicendogli che pagherà tutta la sistemazione di quella casa. In realtà il Signore, nelle parole pronunciate dal Crocefisso, intendeva una Chiesa più ampia, una comunità più complessiva di quelle pareti cadenti del romitorio di San Damiano.
Francesco però non si sente solo, non ha dubbi, è determinato. Entra ad Assisi con l’obiettivo di caricare più stoffe possibili sul suo cavallo per recarsi al mercato di Foligno. Vendere, vendere tutto ciò che si può vendere! Nel suo correre al romitorio di San Damiano è illuso che il molto denaro ricavato è sufficiente... ma a fare cosa? All’anziano sacerdote spiega il suo progetto di restauro, ma la sua offerta viene rifiutata per paura della reazione di Pietro di Bernardone. Suo padre infatti non ci sta. Arrogante e violento, non riesce neanche lontanamente a sentire l’interiorità del figlio, a comprendere che esiste la possibilità che quella sia la strada giusta per Francesco. L’episodio di Spoleto, la vita nella solitudine, l’amore per i lebbrosi ed ora la vendita di tutte quelle stoffe senza il suo consenso, lo fanno andare su tutte le furie. Manda allora alcuni vicini a cercare Francesco ma, nonostante le indicazioni piuttosto precise, il figlio non viene trovato. Ma una mattina, di buon’ora, la sagoma di Francesco appare. È vestito come uno straccione: poche centinaia di metri divengono interminabili per le soste senza tempo con i poveri e i lebbrosi, tra il sussurrare maligno della gente. Pietro di Bernardone non ci sta e reagisce con violenza. Affronta Francesco e lo rinchiude nelle cantine della sua casa. La madre sceglie di stare dalla sua parte finché arriva il momento dell’addio alla famiglia e la libertà di essere alla sequela di Colui che conta davvero...
Le ammonizioniLe "Ammonizioni" di San Francesco consistono in ventotto brevi scritti denominati anche “Parole di sacra ammonizione del venerabile padre San Francesco a tutti i frati”. Forse soltanto alcune di esse furono dettate alla lettera dal Santo, le altre furono trascritte a senso. Qualcuna, senza dubbio, fu oggetto di conversazioni private, altre dette e ripetute durante le sue prediche.
Il Signore Gesù dice ai suoi discepoli: Io sono la via, la
verità e la vita; nessuno può venire al Padre mio se non per me. Se aveste
conosciuto me, conoscereste anche il Padre mio; ma d'ora in poi voi lo
conoscete e lo avete veduto. Gli dice Filippo: Signore, mostraci il Padre e
ci basta. Gesù gli dice: Da tanto tempo sono con voi, e voi non mi avete
conosciuto? O Filippo, chi vede me, vede il Padre mio. Il Padre abita una
luce inaccessibile, e Dio è spirito, e nessuno ha mai veduto Dio. Poiché Dio
è spirito, non può essere visto che con lo spirito; è infatti lo spirito che
dà la vita, la carne invece non giova a nulla. Anche il Figlio, in ciò che è
uguale al Padre, non è visto da alcuno diversamente dal Padre e diversamente
dallo Spirito Santo.
Disse il Signore ad Adamo: "Mangia del frutto di qualunque
albero del Paradiso, ma dell'albero della scienza del bene e del male non
mangiare". Adamo poteva dunque mangiare ogni frutto di qualunque albero del
Paradiso, ed egli, finché non contravvenne all'obbedienza, non peccò.
Dice il Signore nel Vangelo: "Chi non avrà rinunciato a tutto
ciò che possiede non può essere mio discepolo"; e: "Chi vorrà salvare la sua
anima, la perderà".
Non sono venuto per essere servito ma per servire, dice il
Signore.
Considera, o uomo, in quale sublime condizione ti ha posto
Dio che ti creò e ti fece a immagine del suo diletto Figlio secondo il
corpo, e a sua similitudine secondo lo spirito. E tutte le creature, che
sono sotto il cielo, ciascuna secondo la sua natura, servono e conoscono e
obbediscono al loro Creatore meglio di te. E anche i demoni non lo
crocifissero, ma tu con essi lo crucifiggesti e ancora lo crucifiggi col
dilettarti nei vizi e nei peccati. Di che dunque puoi gloriarti?
Guardiamo, fratelli tutti, il buon pastore che per salvare le
sue pecore sostenne la passione della croce.
Dice l'Apostolo: La lettera uccide, lo spirito invece
vivifica. Sono uccisi dalla lettera coloro che desiderano sapere soltanto
parole in modo da essere ritenuti più sapienti degli altri e possano
acquistare grandi ricchezze e darle ai parenti e agli amici.
Dice l'Apostolo: Nessuno può dire: Signore Gesù, se non nello Spirito Santo; e: Non c'è chi fa il bene, non ce n'è neppure uno. Chiunque invidierà il suo fratello per il bene che il Signore dice e fa in lui, commette peccato di bestemmia, poiché invidia lo stesso Altissimo che dice e fa ogni bene.
Dice il Signore nel Vangelo: Amate i vostri \ nemici, ecc. Veramente ama il suo nemico colui che non si duole dell'ingiuria che gli è fatta, ma brucia del peccato dell'anima di lui per amore di Dio e gli mostra amore con i fatti.
Ci sono molti che, mentre peccano o ricevono un'ingiuria, spesso incolpano il nemico e il prossimo. Ma non è così: poiché ognuno ha in sua potestà il nemico, cioè il corpo, per mezzo del quale pecca. Perciò è beato quel servo che terrà sempre prigioniero il nemico affidato alla sua potestà e sapientemente si custodirà dal medesimo; poiché, finché farà questo, nessun altro nemico visibile o invisibile gli potrà nuocere.
Al servo di Dio nessuna cosa deve dispiacere eccetto il peccato. E in qualunque modo una persona pecchi, il servo di Dio che si lasciasse prendere dall'ira o dallo sdegno per questo, a meno che non lo faccia per carità, accumula per sé — come un tesoro — la colpa degli altri. Quel servo di Dio che non si adira né si turba per alcunché, vive giustamente e senza nulla di proprio. Ed è beato colui che non si trattiene niente per sé, rendendo a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.
Così il servo di Dio può riconoscere se ha lo spirito di Dio: quando il Signore fa, per mezzo di lui, qualcosa di buono, se la carne non se ne inorgoglisce, poiché la carne è sempre contraria ad ogni bene; ma piuttosto si ritiene ancora più vile ai propri occhi, e si stima minore di tutti gli uomini.
Il servo di Dio non può sapere quanta pazienza e umiltà abbia in sé finché gli si dà soddisfazione. Quando invece verrà il tempo in cui chi gli dovrebbe dare soddisfazione gli fa il contrario, quanta pazienza e umiltà ha in questo caso, tanta esattamente ne ha e non più.
Beati i poveri dì spirito, perché di essi è il regno dei
cieli.
Beati i pacifici, poiché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i puri di cuore, poiché essi vedranno Dio.
Beato quel servo che non si inorgoglisce del bene che il Signore dice e opera per mezzo di lui, più che di quello che dice e opera per mezzo di altri. Pecca l'uomo che vuol ricevere dal suo prossimo più di quanto non voglia dare di sé al Signore Dio.
Beato l'uomo che sostiene il suo prossimo nelle sue debolezze come vorrebbe essere sostenuto dal medesimo, se fosse in caso simile.
Beato il servo che rende tutti i suoi beni al Signore Iddio; perché chi riterrà qualche cosa per sé, nasconde dentro di sé il denaro del suo Signore, e ciò che crede di avere gli sarà tolto.
Beato il servo, che non si ritiene migliore, quando è onorato e esaltato dagli uomini, di quando è ritenuto vile e semplice e disprezzato; poiché l'uomo quanto vale davanti a Dio, tanto vale e non più. Guai a quel religioso, che è posto dagli altri in alto e per sua volontà non vuol discendere. E beato quel servo, che non si pone in alto di sua volontà e sempre desidera mettersi sotto i piedi degli altri.
Beato quel religioso, che non ha giocondità e letizia se non nelle parole e nelle opere santissime del Signore e, mediante queste, conduce gli uomini all'amore di Dio in gaudio e letizia. E guai a quel religioso che si diletta in parole inutili e frivole e con esse conduce gli uomini al riso.
Beato quel servo, che non parla con la speranza di mercede e
non manifesta tutte le sue cose e non è veloce a parlare, ma sapientemente
provvede di che parlare e come rispondere.
Beato il servo che sopporta così pazientemente da un altro la
correzione, le accuse e i rimproveri come se se li facesse da sé. Beato il
servo che, rimproverato, benignamente tace, rispettosamente si sottomette,
umilmente confessa e volentieri ripara.
Beato quel servo che sarà trovato così umile tra i suoi sudditi come quando fosse tra i suoi signori. Beato il servo che rimane sempre sotto la verga della correzione. È servo fedele e saggio colui che di tutti i peccati non tarda interiormente a pentirsi con la contrizione e esteriormente con la confessione e la penitenza.
Beato quel servo che saprà amare il suo fratello malato, che
non può compensarlo, tanto quanto ama il sano che può compensarlo.
Dove è amore e sapienza, ivi non è timore né ignoranza.
Beato il servo che accumula per il cielo i beni che il Signore gli mostra e non desidera manifestarli agli uomini con la speranza di averne compenso, poiché lo stesso Altissimo manifesterà le sue opere a chi piacerà. Beato il servo che conserva in cuor suo i segreti del Signore.
Preghiere e laude
O alto e glorioso Dio, illumina el core mio. Dame fede diricta, speranza certa, carità perfecta, humiltà profonda, senno e cognoscemento che io servi li toi comandamenti. Amen.
Rapisca, ti prego, o Signore, l'ardente e dolce forza del tuo amore la mente mia da tutte le cose che sono sotto il cielo, perché io muoia per amore dell'amor tuo, come tu ti sei degnato morire per amore dell'amore mio.
Un giorno il beato Francesco, presso Santa Maria degli
Angeli, chiamò frate Leone e gli disse: «Frate Leone, scrivi». Questi
rispose: «Eccomi, sono pronto». «Scrivi — disse — cosa è la vera letizia».
Altissimo, onnipotente, bon Signore, Laudato sie, mi Signore, cun tutte le tue creature, Laudato si, mi Signore, per sora Luna e le Stelle: Laudato si, mi Signore, per frate Vento, Laudato si, mi Signore, per sor Aqua, Laudato si, mi Signore, per frate Foco, Laudato si, mi Signore, per sora nostra madre Terra, Laudato si, mi Signore, Laudato si, mi Signore, per sora nostra Morte corporale, Laudate e benedicite mi Signore, e rengraziate |